Massimo Kaufmann

Il tempo ritrovato

15 DICEMBRE 2017 – 24 FEBBRAIO 2018

ATRIO MONUMENTALE ASP – ITIS

La ricerca dell’artista milanese, da almeno una quindicina d’anni, si è venuta concentrando principalmente sulla pittura; nel periodo precedente, dalla seconda metà degli anni ’80, le diverse soluzioni formali adottate, dall’installazione ai disegni eseguiti con la macchina da scrivere (solo per citarne alcune), sono state fra le più significative testimonianze di una generazione di artisti che avrebbe ridefinito la scena italiana negli anni Novanta. Ma nella stessa originalità e varietà delle soluzioni di allora era già ben intravedibile ciò che animava il suo lavoro: il riflettere, nel senso più ampio del termine, sulla natura dell’immagine pittorica. Riflettere, pensare, con tutto quel che quest’ultimo termine implica nelle derivazioni dal latino pendĕre, nel senso del ‘pesare’ e ‘ponderare’ (da pondus,-ĕris; ‘peso’ e ‘penso’ da pĕnsum), etimologie richiamate più volte dallo stesso artista. Pensare come attività del ponderare, implica non solo una riflessione, ma anche una pratica nella quale la riflessione si fa concreta. Dipingere pensando, ponderando le ragioni di una quotidianità che ritrova sulla superficie della tela il senso stesso della pratica artistica.

Nella pittura vengono depositandosi gli strati e le diverse fasi della riflessione, della contemplazione, alfine di rendere visibile ciò che di invisibile di volta in volta può affiorare sulla tela. Non si tratta, per Massimo Kaufmann, di tradurre e fissare in una figura definita ciò che si presenta, quanto piuttosto di sentire la superficie, e il gesto che dialoga con essa grazie alla materia per eccellenza della pittura, il colore: in un processo aperto a quanto accade mentre si lavora. Per questo le sue opere vivono di astratte atmosfere, sospese in una condizione germinale, quasi si trattasse di volta in volta di dipingere non le cose, ma lo sfondo dal quale le cose hanno la loro origine. Un quadro di eventi che si succedono fra visibilità e invisibiltà, fra acutezza dello sguardo e cecità (titolo di una serie di importanti lavori di Kaufmann), fra gesti compositivi reiterati e volutamente lenti (i quadri a strisce verticali, le trame di ‘punti’ e ‘bolle’, sempre eseguiti a mano, senza ricorrere a soluzioni tecniche più veloci), così che ogni lavoro diventi un’esplorazione, come egli scrive, “fra il vuoto e il nulla”. Un viaggio nello spazio della tela e nel tempo dell’esecuzione che oscilla fra la densità dell’ombra e la straordinaria ricchezza cromatica delle trasparenze luminose, memoria delle “famose ‘velature’ della tradizione”, a volte con esplicito rimando a grandi maestri del passato (Tiepolo ad esempio).

L’artista, nell’esporre i propri lavori, fa dono (termine che gli è caro) di quanto è venuto raccogliendo nell’attraversare le ragioni, e le regioni, di un fare che non è certo da intendere, come scrive, in senso meramente soggettivo: “Mi piacerebbe pensare che l’arte possa, in questo permanente cupio dissolvi, offrire ancora una volta uno spazio all’estasi, nel suo senso più autentico (ex-stasis) di fuoriuscita dall’esistente, di scioglimento dai legami di una gerarchia di significati”, aprendosi così, senza restare intrappolata nel narcisismo, “a nuove frontiere dell’immaginazione”. Per l’esposizione triestina, il cui titolo emblematicamente rinvia all’ultima parte della celebre opera di Marcel Proust, l’artista propone una rilevante selezione di lavori, su tela e su carta, della sua più recente produzione.

Riccardo Caldura

Massimo Kaufmann vive e lavora a Milano. Il suo lavoro si colloca in quella ‘Scena Emergente’, documentata al Museo Pecci di Prato nel 1990; da quegli anni è uno dei principali esponenti della stagione successiva all’Arte Povera e alla Transavanguardia. Espone in alcuni dei più importanti spazi galleristici italiani ed esteri. Le sue opere compaiono nelle collezioni dei seguenti musei: Parigi (Fondation Cartier), Berlino, Martin Gropius Bau (Metropolis), Amsterdam (De Appel), Vienna (Palais Lichtenstein, Fondazione Ludwig), New York (Sperone-Westwater, Bronx Museum), Phoenix, Nizza (Musee d’Art Contemporaine), Roma Galleria Nazionale d’arte Moderna, (Quadriennale 1996 e 2005 , Galleria Nazionale d’Arte Moderna), Milano (PAC, Triennale, Collezione Palazzo Reale), nonché in collezioni pubbliche a Graz, Sarajevo, Tel Aviv.Fra le opere recentemente acquisite da parte di istituzioni pubbliche italiane si segnalano: The Golden Age (MaMBo) e Clinamen (Università Bocconi). Ha pubblicato numerosi saggi e articoli di arte contemporanea. E’ docente di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Urbino.

Lunedì ‒ Domenica: 15:00 ‒ 19:00

Via Pascoli, 31
34100 Trieste
Visite previo appuntamento info@arcacontemporanea.it